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Mancini-bis, la ripartenza parte da un 0-2: cosa resta di Italia-Belgio

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Centosettantotto giorni dopo Zenica, l’Italia ha giocato la partita numero 900 della sua storia. Doveva essere la ripartenza del Mancini-bis. È finita 0-2 contro il Belgio all’Olimpico, tra i fischi di 47.000 spettatori, e con una classifica che dopo una giornata di Nations League vale zero punti.

Il risultato, da solo, non spiega la serata. La spiega il primo tempo. Quattordici tiri a quattro per il Belgio di van Bommel, Godts che al ventesimo mette a sedere la coppia Mancini-Coppola, Donnarumma che tiene in vita una squadra ancora senza ritmo. Quando una Nazionale esce da un fallimento mondiale, il rischio non è perdere: è perdere senza avere il pallino del gioco. È successo per quarantacinque minuti.

Il debutto di Romano e il vuoto in mezzo

Alessandro Romano, classe 2006, ha esordito dal primo minuto. È la scelta più coraggiosa del ct, ed è anche il punto da cui nasce il vantaggio belga: palla persa sulla trequarti, De Bruyne — oggi al Napoli — serve Godts, uno a zero. Non è un processo al ragazzo del Cagliari. È il segnale che in questa Italia il centrocampo, senza un vero regista di possesso, diventa un corridoio.

Barella e Tonali sono le mezzali, ma il primo tempo non ha trovato linee di passaggio verso Pio Esposito. L’attaccante dell’Inter è rimasto isolato. Kean, spostato a sinistra, e Cambiaghi, sulla fascia opposta, hanno prodotto i pochi squilli: cross, seconde palle, un palo annullato a Pio per fuorigioco. Non è un tridente. È un attacco che aspetta la transizione in una partita in cui il Belgio aveva già deciso il ritmo.

La ripresa c’è stata. Poi Lukébakio

Nella ripresa l’Italia ha alzato il baricentro. Kean ha chiamato Lammens d’istinto, Esposito ha avuto la sua occasione, Cambiaghi ha continuato a prendere il fondo. Mancini ha cambiato tre uomini: Scalvini, Frattesi, Maldini. Sembrava il momento del pari. Invece è arrivato il 2-0 di Lukébakio, ripartenza dalla mediana, sinistro sul secondo palo. Il copione è vecchio quanto certe sere azzurre: reagisci, scopri la linea, prendi il colpo che chiude la partita.

Nel finale sono entrati altri due esordienti, Doumbia e Zoma. Calafiori ha calciato a lato, Scalvini ha scheggiato la traversa. Troppo tardi per una serata che si era già decisa quando l’Italia non riusciva a uscire dalla propria metà campo.

Cosa resta, oltre i fischi

Mancini ha detto che la prestazione «non è stata al di sotto delle aspettative» e che i fischi «ci stanno». Ha ragione sulla seconda frase. Sulla prima il giudizio è più sottile: le aspettative, dopo Zenica, non potevano essere un capolavoro. Potevano essere un’Italia che tiene palla e non subisce quattordici conclusioni in un tempo. Quello è il debito da pagare lunedì a Bursa, contro la Turchia di Montella, prima di Francia e del ritorno dei turchi a Bologna. Quattro gare in undici giorni. Non c’è tempo per elaborare. C’è solo tempo per scegliere se questa Nazionale vuole ripartire dal possesso o dalla sopportazione.

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